La storia di una ricerca

Un giorno Michele, 6 anni, tornò a casa in lacrime perché la maestra gli aveva detto che “era stonato”. La mamma rimase sorpresa. Il bambino generalmente cantava con una buona intonazione, anche se a volte capitava che stonasse qualche passaggio se non conosceva bene il canto o era distratto. Il giudizio della maestra l’aveva frustrato e umiliato: “sei stonato” e il bambino si era sentito escluso, messo fuori dal gruppo perché affetto da un limite permanente.

Esiste effettivamente nella nostra società un pregiudizio duro a morire: intonati si nasce! La capacità di cantare intonati è un dono di natura da cui una parte dell’umanità è esclusa. Ma… è proprio così? E se cercassimo di scoprire quando e come si forma questa capacità? Di capirne i meccanismi genetici ed evolutivi, di capire quanto possa dipendere da ipotetici “doni di natura” e quanto piuttosto dalla maturazione di processi fisiologici e psicologici in interazione con le esperienze offerte dall’ambiente e dall’educazione?

Assillata da questi interrogativi, si andò formando in me l’idea che fosse necessaria una ricerca scientifica che potesse indagare in modo rigoroso e sistematico lo sviluppo della capacità di intonare e di altre capacità musicali il cui valore antropologico, culturale e sociale è presente in tutte le culture.

Dopo uno studio attento dei fondamenti teorici del problema e delle ricerche già realizzate, in particolare quelle che avevano dimostrato come la funzione uditiva fosse già pronta (anche se non definitivamente matura) intorno alla 24ª settimana della vita prenatale, venne a profilarsi un progetto molto impegnativo che si proponeva di offrire ai bambini, dagli ultimi mesi della vita prenatale fino a 6 anni di età, una serie di incontri durante i quali potessero fare esperienze musicali ricche e diversificate, sia guidate, sia libere: canti, girotondi, uso di piccoli strumenti a percussione, fiabe sonore, ascolti musicali, danze ecc.

Tutto ciò significava preparare un protocollo di ricerca longitudinale, cioè concepito per un certo numero di anni con le stesse persone, complesso ma… terribilmente attraente.

Ne parlai con una mia amica e collega, Donatella Villa, docente presso la Scuola Comunale di Musica “Vassura Baroncini” di Imola, che fu contagiata subito dal mio entusiasmo e ci lanciammo insieme nell’impresa. Dal confronto con autorevoli amici e colleghi psicologi e musicologi ricevemmo approvazione, incoraggiamento e preziosi consigli.

Era nato il Progetto inCanto, al quale hanno partecipato, in piccoli gruppi, 119 mamme in attesa, alcune insieme al papà, durante l’arco di un anno (febbraio 1999 – febbraio 2000). Un numero che è andato diminuendo con il passare degli anni per ragioni facilmente prevedibili.

Il ruolo dei genitori è stato fondamentale nel collaborare alla ricerca sia continuando a casa le esperienze musicali realizzate durante gli incontri, sia raccogliendo e fornendoci un’ampia documentazione (audio/video cassette, diari dettagliati, foto, testimonianze ecc.) sulle esperienze e attività musicali realizzate a casa dai bambini.

La straordinaria ricchezza dei risultati, emersa dall’analisi dei documenti raccolti, e documentata (limitatamente alla fascia 0-3) in un volume (J. Tafuri, Nascere musicali, EDT, Torino 2007 con allegato CD-DVD) ci ha permesso di giungere alla conclusione che tutti nasciamo con la predisposizione a “far musica” così come a parlare, camminare ecc., ma tale predisposizione non si trasforma in “capacità musicali reali” se, durante l’età più idonea (0-3/6 anni) non è accompagnata, “nutrita” da esperienze musicali ricche, in un clima affettivamente positivo di sostegno e apprezzamento, tali da suscitare interesse e attrazione in ciascun bambino.

Johannella Tafuri